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12. mag, 2018

 Quando il calciatore viene prima del ragazzo

 

In questi giorni anche chi non ha visto la finale di Coppa Italia sa che la “colpa” della disfatta milanista è in grossa parte di Donnarumma e delle sue “papere”. Tifosi e giornalisti sono stati spietati (e non è la prima volta, se ricordiamo, ad esempio, il pareggio dello scorso anno col Pescara).

A noi viene però da fare una riflessione in più: come coabitano nella stessa persona questo “Paperumma” e il baby fenomeno strapagato, l’erede di Buffon e futuro condottiero della nostra Nazionale?

Parliamo sicuramente di un talento fisico ed atletico, tra i pali è imponente e riesce a coprire la porta con grande facilità anche su tiri dalla corta e media distanza. Discreto anche nelle uscite basse, tutto sommato, ma qualche limite tecnico qua e là lo si riscontra. La presa non è sempre ferrea, la parata in allungo è molto buona, ma quanto si tratta di catturare il pallone si ricorda qualche episodio ricorrente di imperfezione. Siamo ai dettagli, sia chiaro; resta un’eccellenza, forse il gioco con i piedi è il vero tallone d’Achille, anche se il buon Gigio ci sta lavorando sopra e si vede.

E’ evidente che parlando di Donnarumma (che, ricordiamolo, è stato comprato dal Milan, a soli 14 anni, per 250mila euro ed ha debuttato in Serie A a 16 anni) tutto si amplifica; si tratta di un prospetto di livello massimo anche a livello internazionale, ma il rischio è dimenticarsi che si sta discutendo comunque di un ragazzo del 1999, con tutte le complicazioni personali del caso. L’aspetto psicologico di un portiere neanche ventenne è complesso e ha un peso specifico enorme sul rendimento sportivo. Peraltro, a 19 anni i margini di crescita e di miglioramento sono ancora importanti, sia dal punto di vista tecnico che umano.

Se parlassimo infatti di un qualunque altro ragazzo saremmo più clementi nel comprendere una personalità ancora non del tutto strutturata, con la fragilità e i dubbi che accompagnano ad esempio la maggior parte dei maturandi che si apprestano a fare scelte decisive per la propria vita (l’Università? Il lavoro?). Gigio –a cui, tra le altre cose, è stato duramente criticato il fatto di non essersi presentato all’esame di maturità lo scorso anno e non meno di un paio di giorni fa addirittura l’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta si è sentito in diritto di pontificare su questo – è un ragazzo cresciuto fin dai 14 anni (quando i suoi coetanei cominciano la scuola superiore e spesso ancora non sanno quale sia il cassetto delle mutande) in un convitto, con tutor ed educatori a dargli senz’altro una mano, ma sradicato completamente dal contesto familiare e di riferimento, passando dalla piccola realtà campana di Pompei alla metropoli milanese.

Come ci si può a questo punto aspettare che, seppur gli si riconosca una forte personalità, non sia soggetto alle pressioni della responsabilità che il suo ruolo gli impone?

E c’è di più. A 18 anni riceve un contratto da 6 milioni di euro. 6 milioni. La maggior parte di noi non riesce neanche a immaginarla una cifra simile. A 18 anni, in genere, se ti va bene, i tuoi pagano 500 euro per una super-festa in cui racimoli le mance che ti permettono di andare a passare una settimana di vacanza a Riccione con gli amici. O in Spagna, se ti va di lusso.

Ma se firmi un contratto da 6 milioni quando ancora sei un ragazzino ci saranno altrettanti milioni di persone che penseranno a te come ad un’opportunità economica. Sei un ottimo investimento. E da questo molto spesso non sono esenti amici e familiari. Figuriamoci un procuratore.

Difficilissimo allora scegliere, capire cosa sia il meglio per te (restare al Milan? Andare al Paris Saint Germain?), quando anche i tuoi adulti di riferimento hanno un tornaconto tanto elevato in base alle tue decisioni. Per non parlare dell’impatto con il consenso dei tifosi.

Anche qui, facciamo un paragone con gli adolescenti “normali”… quanto contano oggi per un ragazzo i “like” sui social? Spesso sono un ritorno imprescindibile per la propria autostima. È il tuo mondo che ti dice “vai bene così”. E davvero si può pensare che non sia deflagrante per il mondo interno di un diciottenne la contestazione di migliaia di persone che fino al giorno prima ti trattavano come una divinità e oggi ti voltano le spalle, accusandoti, insultandoti e lanciando minacce neppure troppo velate?

Ricordiamo i non pochi esempi di ragazzini che hanno scelto la via del suicidio per essere stati oggetto di scherno sul gruppo whatsapp della classe…

Detto ciò, la nostra idea resta che Donnarumma abbia fatto parate e scelte non sempre azzeccate, ma anche che forse andrebbe supportato di più, proprio a fronte della sua età, della storia personale e delle sfide, difficilissime, che si trova ad affrontare.

In questo ci viene in supporto la filosofia di lavoro che come Agenzia Calcio Profiler portiamo avanti: non si può prescindere (con tutti, ma a maggior ragione con i giovani) da un supporto psicologico al ragazzo e alla famiglia. Soprattutto nei momenti di scelte importanti. È fondamentale valutare bene, con calma e con l’aiuto di una persona esterna alle dinamiche prettamente economiche, l’impatto e i risvolti di qualunque decisione e cambiamento.

Senza la presunzione di conoscere fino in fondo cosa accada davvero in casa Donnarumma, è stato sconfortante provare a fare una ricerca in internet e trovare come unico riferimento a un lavoro psicologico fatto col ragazzo, le “chiacchierate” con il suo preparatore.

Citiamo dalla Gazzetta dello Sport: “(Magni) ha lavorato su di lui sotto tutti gli aspetti, anche quelli mentali. Lo abbiamo visto interrompere un allenamento e parlargli fitto per UN QUARTO D’ORA (sic!!)… Magni è stato un po’ allenatore, un po’ confessore, un po’ motivatore”.

Non facciamo confusione. La psicologia non è una scienza che si improvvisa, né una chiacchierata con un amico o un preparatore dei portieri, per quanto di buon senso e mosso dalle più nobili intenzioni.

È ora, come dicevamo tempo fa, che prendere un ragazzo in PRO-CURA sia davvero mettere a sua disposizione tutte le professionalità e i supporti in grado di aiutarlo… non solo a strappare il contratto economicamente più vantaggioso.

 

21. apr, 2018

La chiamano “Sindrome di Ronaldo”, quella che secondo gli psicologi colpisce i genitori di ragazzini che praticano calcio nei quali si sviluppa senza alcun tipo di remora o freno inibitorio la convinzione di aver partorito il nuovo Cristiano Ronaldo.Con dinamiche patologiche che si sviluppano alquanto bizzarre!

Va detto prima di tutto che per diventare un campione è necessario che si incastrino più variabili: abilità fisico-tecniche e mentali, un buon allenatore e… un buon genitore!! (oltre ovviamente una buona dose di fortuna).
Approfondiamo qui cosa si intende con “buon genitore” (o, rubando un’espressione di Winnicott che ho sempre amato, “un genitore sufficientemente buono”) se parliamo di giovani calciatori.
Innanzitutto, dal momento che tra le abilità mentali su citate compare la motivazione, occorre che il genitore sia capace di distinguere tra ciò che lui stesso vorrebbe per il figlio (e prima ancora magari ciò che avrebbe voluto per sé) e ciò che è il figlio a desiderare. Purtroppo non è così infrequente, anche ad alti livelli, che durante un percorso di mental training (finalizzato al potenziamento proprio delle abilità mentali) emerga che il ragazzo, più o meno inconsciamente, stia cercando di diventare un calciatore per assolvere ad un’aspettativa paterna. Ed è evidente che se non si segue questo sogno per il “sacro fuoco” che nasce da dentro, difficilmente si riuscirà a realizzarlo, finendo così per sentirsi non solo frustrati, ma anche in qualche modo in colpa per non aver saputo tener fede al tacito patto stabilito con il genitore.
Quando si parla di bambini inoltre (e quindi sostanzialmente per tutta la fase pre-agonistica) non va mai dimenticato che l’obiettivo principale deve essere il divertimento. Perché solo così sarà possibile coltivare anche la determinazione ad andare avanti nonostante i sacrifici che inevitabilmente la scelta sportiva potrà comportare (quali ad esempio gli allenamenti nelle differenti, e spesso avverse, condizioni meteo; lo studio da dover organizzare; i week-end sempre impegnati e che di fatto costringono a rinunciare a qualunque altra proposta alternativa…).
Per un bambino lo sport non può e non deve comportare una valutazione che generi ansia da prestazione, men che meno se tale valutazione proviene da un genitore che si erge a “Gazzetta dello Sport”, sciorinando voti e giudizi ad ogni prestazione.
Veniamo poi ad un altro aspetto importantissimo che sta assumendo – anche sociologicamente parlando – una preoccupante gravità, non solo per quel che riguarda il calcio.
Parliamo dell’incapacità di fidarsi ed affidarsi, con umiltà, ai professionisti a cui si è scelto di dare in mano il proprio figlio, riconoscendone le competenze, siano questi lo Staff Tecnico, la Società Sportiva, così come la Scuola e i suoi insegnanti!!
Sempre più spesso, infatti, troviamo madri e padri che entrano pesantemente in competizione con il Mister, che da bordo campo urlano indicazioni tecniche in contrasto con quelle ricevute dal ragazzo nel pre-partita, quando non addirittura insulti e imprecazioni indirizzati all’allenatore che “non capisce come utilizzare mio figlio”.
Tale comportamento, oltre ad essere ovviamente confusivo per il ragazzo che perde i riferimenti ed entra in conflitto rispetto alla persona cui obbedire, crea un problema educativo ancora più pericoloso: si insegna così che l’autorità può essere scavalcata, addirittura derisa e squalificata.

I genitori in questione si riconoscono perché, generalmente, iniziano i loro discorsi con l’incipit “Non perché è mio figlio ma…”, con a seguire l’elencazione delle doti – molto spesso incomprese – del figlio calciatore, a dimostrazione che meriterebbe ben più spazio/considerazione/visibilità. Solitamente poi, di pari passo, vengono sminuiti meriti e capacità dei compagni di squadra, “che non sono all’altezza, che non passano in modo corretto il pallone” e che – nei casi più estremi (ma per nulla rari) “giocano un tempo troppo lungo, forse perché intrattengono rapporti personali con l’allenatore o… gli pagano qualche tangente”!!
E non si creda che tale “delirio” da “mio-figlio-è-Cristiano-Ronaldo-come-potete-non-accorgervene” avvenga solo laddove le ambizioni incontrano un certo realistico talento e il bambino o ragazzo in questione solca i campi di settori giovanili più o meno quotati…
Al contrario, queste stesse dinamiche si ritrovano in quasi tutti i campetti anche dell’oratorio. Ho assistito personalmente a padri che minacciavano gli allenatori perché il figlio (che giocava da 5 mesi a calcio e non certo con un talento brasiliano) non restava in campo lo stesso minutaggio di compagni che frequentavano la squadra da 4 anni e che, quanto meno per “esperienza” avevano interiorizzato i rudimenti tattici utili a stare in partita.
Forse vale la pena, a questo punto, chiedersi perché succeda ciò, perché si perda il lume della ragione e del buon senso di fronte al proprio piccolo erede coi tacchetti.
Credo che la spiegazione (o almeno una di quelle possibili) sia che oggi purtroppo sempre più spesso il figlio è un oggetto narcisistico, non un individuo, ma una parte di se stessi, da mostrare ed esibire (e in questo non si può prescindere dalla responsabilità dei social, o, almeno, dal cattivo uso che se ne fa). Come dicevamo all’inizio, pertanto, non ci si interroga neppure su ciò che può essere la sua aspirazione, ma si da’ per scontato che coincida con la propria. E ancora oltre, se si ha l’impressione che il figlio subisca un torto – e teniamo presente che molte volte i bambini non hanno assolutamente la stessa sensazione – si reagisce con l’enfasi che si avrebbe se quel torto lo si fosse subito in prima persona.
In sintesi, il figlio diviene un maxi-schermo su cui si proietta se stessi, le proprie ambizioni – probabilmente frustrate – e la propria emotività.
Accade così che a fine anno calcistico si assista ad un “fuggi fuggi” di genitori che si affannano a cercare la squadra migliore per il figlio, quando basterebbe chiedere al ragazzo che cosa avrebbe piacere di fare per sentirsi rispondere che gli interessa unicamente restare a giocare dove già è, con il suo gruppo di amici.
Emblematico è un aneddoto che può far capire come l’eccesso di intraprendenza genitoriale possa finire per essere un danno per la crescita nell’ambito calcistico. Mi sono imbattuta, non molto tempo fa, nel genitore di un ragazzino talentuoso con tanta passione per il calcio. La ricerca spasmodica, da parte del padre, di un procuratore e/o di un osservatore di una qualche squadra professionistica, è cominciata prestissimo, ancora prima dell’ingresso nella cosiddetta agonistica.
Apparentemente sembravano iniziative vincenti, provini e cambi di squadra si succedevano con frequenza più che annuale. Squadre professionistiche e/o scuole calcio molto in vista nell’ambiente lombardo. Ma questo sembrava non bastare mai, troppo era il talento secondo lui per riuscire a contenere il giocatore in una squadra dove magari giocava poco.
In effetti, mi sono chiesta, perché con un tale talento finiva per solcare poco il campo? I motivi possono essere tanti, ma non credo sia questo il punto; la realtà è che tutta questa rincorsa aveva tolto al ragazzo il piacere del pallone ed aveva affievolito la passione, lasciando soltanto il peso del dover essere il nuovo CR7.
Ebbene alla vigilia di un provino (l’ennesimo) per le giovanili di una squadra di serie A, il ragazzo va dal padre e gli consegna le sue scarpette da gioco annunciandogli, come una liberazione, che non giocherà più a calcio.
Vi risparmio il finale triste fatto di amarezza, di rapporti da ricucire, di rimpianti e di rimorsi; ecco… io ve lo risparmio, risparmiatevelo anche voi!

In sintesi, un genitore sufficientemente buono dovrebbe:
1. saper distinguere tra i propri desideri e quelli del figlio
2. interessarsi a due aspetti: “Ti sei divertito?”; “Hai fatto del tuo meglio?”
3. creare un rapporto di alleanza col Mister

8. dic, 2017

L’altra faccia di ciò che vi abbiamo raccontato nell’ultimo articolo relativo ai calciatori che chiedono di cambiare squadra, è la storia di Matteo, un ragazzino del 2005 che ha molto da insegnare a tanti più grandi e probabilmente più talentuosi di lui… da un certo punto di vista.

Dai 6 agli 11 anni Matteo ha giocato nella squadra del suo paese di provincia, contribuendo alla crescita di un gruppo parrocchiale che ha vinto il campionato anche grazie ai suoi 16 goal. La squadra è diventata vivaio Inter, ma a Matteo, che pur è milanista, questo non importava; lui voleva solo giocare e segnare.

Piuttosto timido, un’indole riservata e modi garbati, non ha mai pensato di fare il calciatore di serie A, non ha mai reputato di avere caratteristiche fisiche, tecniche ed emotive sufficientemente forti per poter emergere, ma non ha mai saltato un allenamento per poter essere convocato in partita.

È sempre stato capace di accontentarsi e di capire le esigenze del gruppo. Certo, avrebbe voluto giocare ogni minuto di ogni partita, ma capiva anche che era doveroso lasciare spazio e tempo a tutti i compagni.

Nell’estate del 2017 succede però che la società sportiva opta per un’importante riorganizzazione e Matteo viene escluso, insieme ad altri, dal nuovo progetto. Ne consegue una sensazione pungente di amarezza e delusione.

Mamma e papà hanno due visioni differenti di ciò che può essere a quel punto l’opzione migliore per il loro ragazzo ed è così che avviene l’incontro con la nostra Agenzia.

Cercando di mettere insieme i desideri di Matteo, le sue caratteristiche personali e atletiche e le esigenze logistiche e familiari, si individua quella che può essere la soluzione “su misura”: una squadra che alleni seriamente, ma senza la pretesa di accogliere solo futuri Palloni d’Oro e sufficientemente vicino casa per consentire l’inserimento del ragazzo in un territorio in cui si è da poco trasferito ad abitare.

Matteo si trova così a dover affrontare il provino per entrare in squadra: entusiasta per l’acquisto delle nuove scarpe, arriva al campo sorridente, ma davanti al cartello all’ingresso “Scuola Calcio Milan”, ha quasi un attacco di panico. Si immobilizza, comincia a dire di non essere all’altezza, è terrorizzato.

Per fortuna non ha una di quelle madri che si impietosiscono e che vivono per risparmiare ai figli qualsivoglia fatica; la mamma di Matteo gli dice invece, anche piuttosto duramente, di non fare i capricci e entrare in campo.

Sarà la rabbia per la strigliata imprevista, o il desiderio di riscattarsi agli occhi dei genitori, ma Matteo gioca come sa fare e supera il provino.

Il giorno in cui viene loro comunicato, Matteo e sua mamma sono felici. Guardando un videogame lui le dice: “Mamma, tu mi ricordi questa Valchiria. La Valchiria non corre mai, ma marcia a passo sostenuto e non si ferma. Sorride, ma ha un’ascia in mano e non attacca mai, la usa solo per difendere il villaggio. È sorridente finché non si arrabbia. Però lei si pettina meglio di te!”. Ridono insieme ed è l’occasione per ricordare che le vittorie più entusiasmanti sono quelle ottenute con costanza e perseveranza…

A settembre comincia la nuova avventura calcistica. L’ambiente sembra l’ideale per permettere a Matteo non solo di portare avanti la passione sportiva, ma anche di costruirsi nuove amicizie. Eppure, questioni pregresse e “politiche” all’interno della società fanno sì che durante una riunione, alla presenza di genitori e ragazzi, il Mister esprima il proprio malcontento nei confronti di Matteo, giudicato non idoneo a sostituire il ragazzo che nel suo ruolo se ne era andato la stagione precedente. Il tutto avviene senza mezzi termini, probabilmente utilizzando il ragazzo per lanciare un messaggio ad altri livelli… Ad ogni modo si crea una situazione a dir poco antipatica e umiliante a cui Matteo assiste, davanti a tutta la squadra, in silenzio e trattenendo a stento le lacrime.

Torna a casa mortificato e determinato a non ripresentarsi laddove ha scoperto di non essere ben accetto; peggio, determinato a chiudere definitivamente col calcio.

Del resto… si può dargli torto? Chi avrebbe avuto il coraggio di guardare ancora negli occhi compagni che rimpiangono il vecchio attaccante e un allenatore che ha dichiarato pubblicamente di non ritenerti capace a sufficienza? E stiamo parlando di un ragazzo di 12 anni!! A 12 anni chi sei è determinato per grandissima parte da ciò che gli altri pensano di te.

Ma Matteo non è un ragazzo come tutti. Matteo è il figlio di una Valchiria. E anche in questa circostanza le parole della madre che lo spronano a non tirarsi indietro di fronte alle difficoltà hanno la meglio.

Il giorno dopo è di nuovo al campo, puntuale. E convoglia tutta la propria rabbia contro la rete… e contro la propria fragilità.

Riceve delle scuse (doverose) e resta.

Ha inizio così la sua appartenenza alla squadra. Impara a godersi il calcio sul campo fin dallo spogliatoio. Stabilisce amicizie con ragazzi che frequenta anche dopo le partite.

Nel frattempo la società cambia l’allenatore e domenica scorsa Matteo entra in campo con la fascia di capitano…

Inutile dire la morale della storia. Era già scritta nel titolo.

1. dic, 2017

Il punto di vista dell’Agente

Eccoci, ormai il cosiddetto mercato di riparazione è imminente; oddio, i telefoni hanno già da qualche giorno le batterie roventi, ma gli intenti non sono ancora finiti “nero su bianco”.

Forse, aggiungerei! Perché ogni operatore è ben consapevole dei margini risicati sia dal punto di vista economico che dal punto di vista delle opportunità; ma l’isterico via vai di domande, richieste, offerte e trattative sarà comunque quello di sempre e può essere sicuramente un’occasione per raddrizzare le sorti della stagione; sia dal punto di vista delle società che dal punto di vista dei calciatori.

E proprio qui nasce il nucleo di questo articolo! Una considerazione importante, che vuol fare riflettere invece che alimentare decisioni di impulso. Sono tanti, sicuramente troppi, coloro che, in questa fase, decidono di cambiare! Decisione figlia di un malcontento per ragioni che, in realtà, fanno parte della quotidianità del mondo del calcio, ma più in generale nella quotidianità di qualsiasi vita.

La popolazione dei calciatori è molto giovane ,ovviamente, e la tendenza a scappare dai problemi , dalle prime difficoltà, dalle prime imperfezioni ambientali, è radicata nel tessuto sociale. Quindi via con il : “non gioco quanto meriterei”, “la squadra è scarsa”, “l’allenatore non mi vede”, “mi pagano poco” e varie (tantissime) ed eventuali…

Oddio, non è sempre così, esistono situazioni oggettivamente insostenibili; ma ormai la casistica e la mia personale esperienza, parlano di POCO CARATTERE. Ebbene, senza carattere, senza saper soffrire non si arriva da nessuna parte! E non solo nel calcio…

Far cambiare idea ad un Mister vale più di una tripletta; dimostrare sul campo vale più di mille procuratori; affrontare le difficoltà fa, di un ragazzo, un vero uomo!

Non è demagogia, è una riflessione… detto questo, tra un paio di i prossimi giorni sposterò parecchi calciatori e molti di loro riusciranno a trovare un ambiente più congeniale, ma resta salda in me la convinzione che chi ha saputo “soffrire” saprà presto vincere.

 

Il punto di vista della psicologa

In studio in questo periodo, ma a dire il vero già da più di un mese, si susseguono genitori e ragazzi (ma più genitori, e su questo anche bisognerebbe riflettere) che lamentano una situazione “insostenibile” nella squadra dove hanno cominciato a giocare, spesso solo dalla scorsa estate. Tanti i motivi del malcontento, comune la sensazione di “meritare di più”. E magari si trovano nella società per la quale hanno fatto i salti mortali, quella in cui a giugno ti pregavano di essere inseriti, ma che ora sembra non rispondere più a bisogni e aspettative.

Ho provato ad analizzare questi “casi” e mi sono resa conto che – fatta la tara per alcune situazioni per le quali in effetti non si è generato davvero un incontro funzionale, né per gli uni né per gli altri – la maggior parte dei grandi scontenti presenta delle caratteristiche comuni.

La prima cosa che salta all’occhio è che i delusi sono proprio quelli che in qualche modo lo scorso mercato, si sono scelti la squadra. Quelli che han fatto vari provini, che avevano diverse possibilità, ma hanno voluto andare proprio lì. All’apparenza sembra paradossale, ma ad un esame più attento non lo è. Il lavoro di un’Agenzia come la nostra, infatti, è proprio quello di creare opportunità il più possibile “su misura” del ragazzo, considerando sia l’aspetto tecnico (come le caratteristiche specifiche di quel giocatore potrebbero trovare spazio in quella specifica squadra, con quelle specifiche esigenze) che quello psicologico (come le caratteristiche personali del ragazzo possono incontrarsi con quel particolare contesto).

Davanti alla volontà del ragazzo e della famiglia però facciamo sempre un passo indietro: hanno loro l’ultima parola sulla scelta. Succede pertanto che a volte tale scelta venga fatta su aspetti superficiali (la squadra che sembra dare maggior prestigio ad esempio) che perdono presto il loro appeal di fronte alle tante variabili che l’inserimento in un nuovo gruppo di lavoro comporta.

C’è poi un problema legato alla generazione, e non solo strettamente al mondo del calcio, ed è la scarsa capacità di reggere le frustrazioni e di trasformarle in un potente motore di cambiamento e di miglioramento personale, legato alla sovrastima di sé e all’idea del “tutto subito”.

Chi ha questa capacità mentale sarà un vincente sempre nella vita.

3 consigli allora per il prossimo mercato: umiltà, resilienza e… fidatevi fino in fondo dei professionisti che scegliete!

27. ago, 2017

Come ogni anno, la finestra di mercato estiva impegna freneticamente tutti gli operatori del settore; ed ogni anno è sempre più difficile portare a termine una trattativa per motivi di ampia complessità. E quindi, vien da sé, che il tempo non basta mai e che perfino le pause pranzo sono spesso un lusso da consumare velocemente.

Anche per questo motivo, quando un mese fa sono stato contattato per visionare un ragazzo in Italia da pochi mesi, non ero esattamente entusiasta. Ma la curiosità e l’aspetto romantico del pallone mi hanno spinto in prima persona a recarmi in un oratorio nelle periferie milanesi. Conosco un ragazzo gambiano, timido e concentrato a capire le poche parole di italiano apprese in questi mesi. Poi entra in campo, e la musica cambia! La timidezza svanisce: dribbling, tecnica, velocità. Noto che calcia le punizioni a destra con il mancino ed a sinistra con il piede forte (cosa che ho scoperto essere il destro solo a fine partita, data l’egual efficacia con entrambe i piedi). E, dulcis in fundo, in una delle ultime azioni si coordina per una perfetta rovesciata che si insacca sotto la traversa: degna di O’Rey!!

Non sono uno che si entusiasma facilmente, ed in effetti mantengo un profilo basso; il livello della concorrenza in campo era poco più che sufficiente ed allora decido di metterlo alla prova. Grazie all’aiuto degli operatori ed ai componenti della mia Agenzia gli organizzo qualche partita-provino con un livello sempre più crescente: Lamini non conosce tattica, non ha le scarpe da calcio e… diciamo varie ed eventuali. Ed entra in campo con una diffidenza simile a quando si parla di fase difensiva per un terzino brasiliano, alla prima partita lo schierano addirittura mediano davanti alla difesa (tanto li… la tattica non conta… eh…) e non sfigura, contrasta, lotta e da’ qualità alle sue giocate: sono sempre più convinto di lui.

Ma poi, ecco! Il mitologico sistema del calcio italiano fatto di diffidenza, pregiudizio, presunzione e… altre cose molto meno pulite! Lamini è una macchina che va a tre cilindri, anche fisicamente ha un potenziale straripante, ha solo bisogno di fiducia e nozioni.

Ho investito molto tempo in questo progetto, e con me un’operatrice sociale generosa, disponibile e determinata, e con me la nostra psicologa dello sport che vede due passi più avanti. Mancava solo una squadra che gli desse fiducia e la ricerca non è stata semplice!. Ed eccolo, l’ultimo tassello, una squadra ha deciso di affiancarsi a noi in questa scommessa ed ora è arrivata la firma!

Ora è l’inizio, non la fine di questa storia, ringrazio i dirigenti coraggiosi e disponibili e sono molto contento per la firma che (non me ne vogliano gli altri miei ragazzi, che adoro! ) quest’anno, mi inorgoglisce di più!