Intervista a ROBERTA SMANIOTTO

Psicologa, Psicoterapeuta sistemico-relazionale.

Presidente dell'Associazione AND -  Azzardo e Nuove Dipendenze

 

1) Ciao Roberta, ormai da anni ti occupi, con l’Associazione AND, di gioco d’azzardo. In che forme il tuo lavoro si interfaccia col mondo dello sport?

Grazie per la domanda, tanto semplice, quanto complessa. Il mio lavoro, che spazia dalla cura delle persone che hanno perso il controllo su un comportamento di gioco d’azzardo, alla prevenzione su che cosa sia l’azzardo (che non è un gioco) si interfaccia con il mondo dello sport in modi diversi. Il mondo dello sport, ed in particolare quello del calcio, è “impregnato” anche d’azzardo: è infatti possibile scommettere su qualsiasi evento sportivo (compresi quelli virtuali!), ma la scommessa non è sport! Lo sport è una pratica impegnativa, faticosa, dove più ti alleni più puoi migliorare la tua performance, dove ti metti in gioco in prima persona, dove impari. L’azzardo è altra cosa: scommettere vuol dire puntare del denaro su un evento il cui esito dipende esclusivamente o principalmente dal caso.

 

2) Quali sono i segnali che non bisogna sottovalutare se si è un allenatore o un familiare?

I primi segnali di allarme rispetto alla possibilità di sviluppare un problema con il gioco d’azzardo sono due: il fatto di mentire rispetto alla propria attività di azzardo (scommetto, ma nascondo le ricevute; uso i soldi che mi servono per altro mentendo su dove sono finiti) e il fatto di aumentare la posta (cerco di rincorrere le perdite precedenti). E’ altrettanto importante per un adulto/educatore riflettere sul proprio rapporto con l’azzardo: è un fattore di rischio per i nostri ragazzi frequentare adulti che a loro volta scommettono.

 

3) Quali sono i fattori di rischio che possono spingere verso una patologia di questo tipo?

Vorrei iniziare con il porre l’attenzione su alcuni fattori: la prossimità con un ambiente incentivante l’azzardo (le pubblicità dilaganti e martellanti di siti di scommesse, fatte, ahimè, anche da campioni dello sport…), la “familiarità” con questo tipo di atteggiamento (i ragazzi vengono avvicinati all’azzardo casualmente e, senza cognizione, anche dai propri adulti di riferimento – nonni che fanno grattare ai propri nipoti “gratta e vinci”, ad esempio, senza conoscere la pericolosità di un simile comportamento; fratelli maggiori o amici che scommettono nella speranza di ritrovarsi con qualche soldo extra da spendere e non dover giustificare)…

In che modo si può intervenire quando in una squadra di calcio alcuni elementi hanno un problema di questo tipo?

Quando un componente o alcuni componenti di una squadra hanno un problema di perdita di controllo sull’azzardo/sulla scommessa, è fondamentale non prestare soldi e facilitare l’avvicinamento ad un percorso di cura. E’ importante che alla cura si affacci sia chi ha il problema sia i familiari: insieme si può affrontare questa malattia.

 

4) Esistono progetti preventivi e cosa secondo te sarebbe ancora necessario attuare, soprattutto a partire dai settori giovanili?

Un progetto preventivo educativo che sarebbe necessario mostrare a tutti i nostri ragazzi a partire dai settori giovanili (indicativamente dagli alunni di terza media) è il video “Il caso, Lucky, non si può influenzare”, realizzato dall’Università Canadese. E’ un breve video di una ventina di minuti che tratta i temi principali del gioco d’azzardo: le probabilità di perdita, l’indipendenza delle puntate, il fatto che il banco vince sempre.

Sarebbe altresì fondamentale che i nostri campioni dello sport non accettassero di pubblicizzare aziende che offrono azzardo (per non aumentare la confusione già esistente tra gioco/sport e azzardo), e che le società sportive non accettassero sponsorizzazioni da parte di società che offrono azzardo.

 

5) Cosa pensi del Progetto Calcio Profiler?

Lo ritengo un ottimo progetto, che aiuta i ragazzi a credere e a rinforzare le proprie capacità: su queste capacità è fondamentale che ognuno punti per realizzare i propri sogni/desideri!

 

Intervista a ARMANDO CALIGARIS

Preparatore atletico professionista
Coordinatore area motoria della Scuola Calcio e prima fascia del settore giovanile Genoa C.F.C
Mental Coach
Psicomotricista funzionale
...e molto altro!

 

1) Armando, preparatore atletico… sappiamo che questa definizione però ti sta stretta…

Sì, non mi piace che quel che faccio con i ragazzi venga ridotto a un puro lavoro fisico. Ho un approccio olistico che mi permette di guardare alla persona nel suo complesso e non limitarmi a pensare di avere di fronte una “macchina-calciatore”. Ho studiato la psicomotricità funzionale con Jean Le Boulch ed ho quindi interiorizzato nel mio modello di lavoro il concetto che uomo e ambiente si modificano reciprocamente e non si può pertanto allenare un aspetto, dimenticandosi di tutto il resto.

 

2) Ci racconti qualcosa dell’ “approccio psicocinetico al calcio”, in merito al quale hai anche scritto un libro?

È un riassunto di 20 anni di studi e lavoro di campo. Qualcosa che ho scritto soprattutto per me, per far ordine nell’evoluzione del mio pensiero e del mio modo di approcciarmi a questo lavoro. Da sempre l’importanza che do alla psicologia, alla persona vista a 360 gradi, fa di me un eretico nel qui ed ora di questo mondo. Ma io ci credo sempre di più e, accantonando la modestia, penso sia una visione futuribile. Dobbiamo imparare a parlare e a far parlare di emozioni anche nello sport. Il mondo interiore è il portale per accedere al resto. Il mio interesse non è il muscolo, lo è in parte il movimento, sicuramente lo è il soggetto che si muove.

 

3) Leggendo di te in internet, ti si trova abbinato alla massima “Gli occhi sono inutili se la mente è cieca”. Cosa significa questo per te?

È in effetti un mio motto. Ma lo immagino con 3 puntini di sospensione, perché è una frase ancora perfezionabile (bisogna sempre sentirsi in continua evoluzione) e che può essere completata. Non è infatti sufficiente neppure limitarsi a parlare di occhi e mente, perché bisogna anche considerare la preponderante importanza dell’aspetto emotivo-affettivo, strettamente interconnesso con tutto il resto.
Declinando questa teoria nella pratica, ad esempio, si intende che prima ancora di ricevere la palla devo vedere le possibilità che ho davanti. L’elasticità mentale deve essere come un faro sulla percezione. È ciò che considero la parte centrale del mio lavoro con gli atleti. Non mi è utile la ripetitività di un gesto già appreso, ma il lavoro di interiorizzazione del gesto (il collocarlo rispetto alle “3 W”: when, where e why) che consente l’accesso al suo automatismo: perché se penso durante un’azione mi rallento.

 

4) Quanto la cura degli aspetti extracalcistici può influire, in percentuale, sulla probabilità di fare del calcio la propria professione?

Incide in maniera evidente per tanti motivi: basti pensare a come provenire da un certo tipo di famiglia, con un certo stile educativo, permetta di percepire il metodo utilizzato dall’allenatore in un modo piuttosto che nel suo opposto. Se ad esempio hai un padre-padrone molto rigido e sei abituato a fare i conti con dei paletti piuttosto stretti, resterai spiazzato davanti a un allenatore che ti lascia più margini di decisione e libertà. È imprescindibile il lavoro su di sé, che mette nella condizione di diventare consapevoli delle ripercussioni affettivo-emotive che gli stimoli esterni hanno su di noi.

 

5) Quale consiglio daresti ai genitori di un piccolo aspirante calciatore? Qual è oggi la strada migliore da seguire per raggiungere i propri obiettivi sportivi?

I genitori dovrebbero avere due “must” per i propri figli: il divertimento e il coraggio.
Dovrebbero ricordarsi di chiedere loro spesso se sono felici facendo quello che fanno. E farli crescere mettendoli nella condizione di aumentare la propria autostima e quindi il loro coraggio: solo se credono in se stessi e amano i loro impegni, potranno avere delle possibilità nella vita. Anche per fare i calciatori.

Oggi ci si preoccupa troppo e troppo presto di scovare il talento in un’età così precoce in cui lo sport dovrebbe essere solo piacere e non un’onerosa aspettativa degli adulti. In questo modo, spingendoli al professionismo precorrendo i tempi naturali, non solo rischiamo di sprecare dei potenziali, ma facciamo sì che molti si disamorino proprio del calcio in modo irrecuperabile.

 

6) Cosa pensi del Progetto Calcio Profiler?

Lo sento molto affine a ciò che è il mio ideale di lavoro con il singolo calciatore e le squadre. Un’attenzione complessiva alle persone e alle relazioni. Credo debba diventare il modo di lavorare del futuro non solo nel calcio, ma nello sport in generale.

Come la mia, oggi, è una visione ancora un po’ fuori dagli schemi e questo implica la fatica di farla comprendere a chi gestisce le Società, ma se si vuole essere dei vincenti, è da questa prospettiva che bisogna guardare le cose!

Trovo inoltre che un altro aspetto innovativo e con un’importanza fondamentale sia il risvolto che questo progetto può avere sul sociale.
Al binomio sport-educazione si pensa troppo spesso (sbagliando) come se ci fosse un’associazione diretta. Le varie agenzie educative, dalla famiglia, alla scuola, alle attività parrocchiali e a quelle sportive, dovrebbero invece farsi carico di una simile responsabilità.
Nella mia esperienza lavorativa sono stato testimone di come questo postulato venga preso con troppa superficialità.

Per questo motivo, dopo aver letto e ascoltato le parole di Paolo e Marzia, molto affine al loro pensiero, mi associo al loro primario intento di fare dell’attività motoria un mezzo educativo e preventivo di primaria importanza.

Intervista a FABRIZIO TOGNOLI

Allenatore del Coaching Lombardia Uno, Categoria Allievi, appena qualificati per i Regionali a punteggio pieno.

 

1) Quali sono gli aspetti più importanti da tenere presenti quando si allenano ragazzi nell'età dello sviluppo?

Allenare i ragazzi significa tenere presenti più aspetti, come in una sorta di triangolo immaginario al cui interno c’è il giovane calciatore. Al vertice in alto troviamo tutto il lavoro che si fa col pallone sul campo e che è volto a sviluppare le capacità tecniche, motorie, condizionali e coordinative. Alla base abbiamo invece l’ambiente calcistico in cui viene inserito, la società e il gruppo da un lato e le caratteristiche psicologiche e di stile di vita dall’altro. Ogni vertice rappresenta un mondo, ma non si può sottovalutarne nessuno se si intende davvero tirar fuori il meglio dai ragazzi che si allenano.

 

2) Quali sono stati gli elementi determinanti che vi hanno reso oggi la squadra capolista?

Quest’anno abbiamo deciso di puntare sul gruppo e lo abbiamo fatto tutti, io come allenatore, ma anche tutto lo staff e i ragazzi. È stata vincente la gestione della squadra. Tanto per fare un esempio, ho 23 ragazzi e ad ogni allenamento non se ne presentano mai meno di 20. Sono motivati e io posso contare su di loro.

 

3) Come vi è stata utile la collaborazione con Calcio Profiler?

È quello che ci ha permesso di fare il salto. Ha aiutato i ragazzi a lavorare sulle loro motivazioni e sugli obiettivi che intendevano perseguire. È stato importante per loro anche avere uno spazio individuale, poter tirar fuori aspetti personali, diventare più consapevoli sia dei loro punti di forza che di quelli su cui avrebbero potuto migliorarsi.

 

4) Quale consiglio daresti ai genitori di giovani e giovanissimi calciatori? Meglio cercare subito di entrare in squadre di serie o affidarsi a scuole calcio e realtà con meno "pressioni"?

I bambini (fino agli Esordienti) devono vivere lo sport come divertimento. Sono come spugne e se fanno le cose per il piacere di farle, apprendono tutto ciò che gli si trasmette. La pressione invece è nociva e vivere un eventuale fallimento mina profondamente la loro autostima e può intaccare irrimediabilmente la motivazione allo sport.
È importante ricordare che per passare in squadre di serie, non è sufficiente essere pronti tecnicamente, ma anche psicologicamente. Per questo ritengo che la figura dello psicologo dovrebbe sempre affiancare una squadra: per poter valutare la condizione mentale del ragazzo e sostenerlo nei momenti critici.

 

5) Quali sono le principali difficoltà che incontrano ragazzi e famiglie che vogliono provare a intraprendere la professione calcistica?

I genitori spesso sono il primo ostacolo per una buona crescita sportiva dei ragazzi; il problema è quando riversano sui figli i propri desideri e le aspettative che avevano avuto su sé stessi, anziché interrogarsi onestamente su quelle che possono essere le reali attitudini e predisposizioni dei ragazzi.
Detto ciò, diventa poi importante che gli “addetti ai lavori” non illudano con false promesse, ma aiutino tutti (genitori e ragazzi) a restare con i piedi per terra, consapevoli delle concrete potenzialità e delle oggettive prospettive cui si possa aspirare.